BRAIN FOREST

 

Bianco.

Vuoto.

Mi concentro su un solo pensiero: estrarre il proiettile.

Faccio allontanare tutti gli infermieri che mi assistono, facendo restare solo coloro che sono strettamente necessari per il controllo della circolazione sanguigna, del respiro e dei macchinari.

Non sopporto avere gente intorno quando opero: i loro movimenti distraggono, e nel mio lavoro non posso permettermi distrazioni.

Il proiettile è penetrato nel midollo. La diagnosi è stata di morte cerebrale, tuttavia il rivestimento del proiettile a contatto con il fluido spinale può causare un’apparente morte cerebrale. Se l’operazione riesce, il paziente sopravvivrà, di sicuro riporterà danni permanenti al sistema motorio, ma almeno sarà vivo.

Il proiettile cade con un tonfo sopra al vassoio con i bisturi.

Mi allontano mentre lo staff infermieristico rientra in sala per stabilizzare il paziente e ricucirlo.

Vado negli spogliatoi per togliermi il camice.

Poche ore dopo, nel mio ufficio, un’infermiera mi porta la cartella clinica del paziente operato precedentemente. Archivio la cartella. Non mi interesso mai a ciò che succede ai miei pazienti dopo che li opero. Odio dover vedere la loro convalescenza, il loro sguardo che mi scruta, cercando su di me i miei errori, il motivo per cui ora sono paralizzati o con gravi danni cerebrali. Non capiscono che io opero solo casi disperati, casi che solo io posso trattare, quando l’unica alternativa è la morte. Anche se sono sicuro che in alcuni casi sarebbe preferibile.

Tuttavia il giuramento che feci appena laureato mi impone di cercare sempre di fare del bene e in nessun modo di nuocere al paziente. Far meno male possibile è il mio punto forte, consolare i pazienti il mio tallone d’Achille. Per questo appena termino l’operazione me ne vado.

Finito di archiviare la cartella esco dal mio ufficio e mi dirigo verso i laboratori.

Da qualche anno, tra un’operazione e l’altra, sto lavorando ad un tecnica che velocizzi la rigenerazione neuronale in caso di danni permanenti.

Pochissime persone sono in grado di comprendere la stupefacente capacità del cervello di ricreare tessuti in determinate circostanze. Ma ciò che è ancora più stupefacente è l’estrema plasticità del cervello: quando una parte di esso viene danneggiata, è possibile che i collegamenti neuronali possano venire riallacciati in zone diverse del cervello. Tutti pensano che ad una determinata area corrisponda una determinata capacità o funzione, tuttavia questo è inesatto. Le varie “zone” del cervello collaborano strettamente attraverso una fitta rete di neuroni.

Addentarsi in questo dedalo di connessioni è un compito arduo: è un nuovo terreno ancora poco esplorato. E’ come ritrovarsi in una fitta foresta di notte. Per complicare le cose aggiungerò che il cielo è coperto. E diluvia.

Ok non è necessario che diluvi, ma il concetto è che è molto difficile orientarsi nella foresta. Stiamo appena iniziando a mapparla.

La complessità delle connessioni è così elevata che per i computer è ancora impossibile imitarla.

Sento un leggero squillo: mi è appena arrivata un notifica dal mio cellulare. Perché diavolo non spengo mai il telefono mentre lavoro? E’ così irritante venire disturbato…

Decido di ignorare il telefono, immergendomi di nuovo nel lavoro. Arriva un’altra notifica. E un’altra. E un’altra ancora. Le opzioni sono due: o oggi il mondo ha un disperato bisogno di me, oppure ho dato di nuovo buca al mio migliore amico. Più probabile la seconda. Guardo l’ora dal mio meraviglioso Maurice Lacroix (vanto di famiglia e mio orgoglio personale). Sono decisamente in ritardo. Questa volta Greg mi lascerà a piedi. Di sicuro. E non posso neanche prendere un taxi: sono molto ricco, ma se non ti porti il portafoglio dietro, i tuoi soldi servono a ben poco…

Salvo e archivio i miei dati. Poi chiudo il laboratorio ed esco. L’ospedale ora è tranquillo, ma essendo sabato sera, presto inizieranno ad arrivare al pronto soccorso i soliti ubriaconi in coma etilico, oppure i teppistelli che girano con i coltelli e si divertono a squarciarsi a vicenda. Forse arriverà addirittura qualche drogato o tossicodipendente. Lascio tutto il divertimento ai dottori del turno di notte.

Prendo un taxi per dirigermi all’appuntamento con il mio amico. Uno dei pochi veri amici che io abbia. La maggior parte delle persone che si avvicinano a me vogliono chiedermi soldi. Greg no. Ci siamo conosciuti durante gli studi di medicina. Col passare degli anni le nostre vite si sono progressivamente allontanate: lui ora è un medico generico, lavora in un piccolo studio in città; io invece lavoro per uno dei più importanti ospedali dello Stato e dirigo un’importante ricerca di medicina sperimentale. Tutti i miei amici mi hanno man mano abbandonato. Io avrei fatto lo stesso, sinceramente. Sono una frana con le relazioni umane. L’unico che ancora mi sopporta è Greg. Nonostante la mia discontinuità lui è sempre rimasto. Discretamente. Senza farsi notare. Comparendo solo nei momenti di maggior bisogno.

Finalmente arrivo al pub dove ci siamo dati appuntamento. Sistemo il cappotto prima di entrare. Mi sento sempre a disagio quando devo entrare in luoghi affollati. Inoltre devo dire che normalmente le mie serate le passo in ospedale o a cene di beneficenza o convegni di neurologia, non nei pub.

Quando entro individuo subito il mio amico, seduto ad un tavolo vicino alla finestra. Davanti a lui ci sono già due boccali di birra vuoti e un terzo è riempito per metà. Giudicato il mio ritardo mi sorprendo che non abbia già preso il cappotto e se ne sia andato.

<<Posso sedermi?>>

<<Oh, guarda chi si vede… Finalmente ti sei degnato di arrivare…>>

<<Scusa, problemi in ospedale>>

Ridacchia.

<<Bugiardo, ti sei di nuovo fermato a controllare i risultati della tua ricerca>>

<<Ok beccato. E’ incredibile quanto tu mi conosca bene>>

<<Sono tuo amico, quando parli ti ascolto. Considerato che sei un egocentrico della peggior specie, la maggior parte del tempo parli solo di te. Comunque, da amico, voglio darti un consiglio: i neuroni non scappano dal laboratorio, e staccare ogni tanto non ti può fa altro che bene, perciò smettila di lavorare come un dannato e goditi un po’ di tempo libero, ogni tanto>>

<<Sai che il mio lavoro è la mia vita>>

<<Grazie per aver appena detto che valgo meno di un mucchietto di neuroni di topo>>

Ci guardiamo negli occhi e scoppiamo a ridere.

Decido di ignorare la mia regola, e per questa sera farò finta di dimenticare gli innumerevoli danni portati dall’alcool al sistema nervoso. Cerco solo di divertirmi con il mio migliore amico.

Dopo due birre sono già completamente sbronzo. La mia resistenza alcool è bassissima: sembro un adolescente alle sue prime bevute. Greg invece regge bene.

Usciamo dal bar ridendo come ragazzini e iniziamo a passeggiare per le vie deserte e illuminate dai lampioni. Parliamo del più e del meno, scherziamo, ci prendiamo in giro. Poi Greg riceve una telefonata da sua moglie. Deve tornare a casa e darle una mano con la figlia. Da circa tre mesi Greg è diventato padre, un bel mostriciattolo femmina che prosciuga completamente le energie e le attenzioni del mio migliore amico e della sua dolce consorte. Mi saluta con una stretta mi mano, poi prende la metropolitana per tornare a casa. Lo guardo scomparire dentro alle viscere della terra.

E mi sento stranamente triste.

Scaccio quella sensazione e torno a casa a piedi.

Vengo svegliato alle 2 del mattino dal telefono. Maledetto aggeggio. Vorrei ignorare la chiamata, ma qualcosa mi impedisce di farlo. Sento l’aria pesante, opprimente. L’ambiente è illuminato da una leggera luce giallastra, proveniente dai lampioni in strada. C’è troppo silenzio. Si sente solo il rumore del telefono che squilla in maniera insistente, ossessiva.

Rispondo.

Dall’altra parte della linea si sentono solo singhiozzi trattenuti a stento. E’ Nicole, la moglie di Greg.

Dice solo due parole prima di riattaccare.

***

E’ passato ormai quasi un anno.

Finalmente sono riuscito a portare a termine la mia ricerca. La comunità scientifica era entusiasta della mia nuovo scoperta. Ho tenuto convegni, presentazioni, ho scritto saggi, articoli e lettere a tutti i più grandi neurologi del mondo per l’introduzione della nuova pratica nell’insieme delle cure ospedaliere.

Ora tutto il mondo conosce il mio nome. Il mio lavoro a salvato migliaia di vite. Sono il medico più ricercato al mondo per la cura di lesioni cerebrali. Sono invitato a decine di feste e cene di ringraziamento almeno una decina di volte al mese: le famiglie più ricche vogliono ringraziarmi per aver salvato la figlia coinvolta in un incidente o lo zio malato, le più grandi ditte cercano di farsi pubblicità sul mio nome.

Ma a me non interessa più niente.

Ho venduto il mio attico in centro, le mie automobili, i miei orologi. Ho tenuto solo l’orologio di famiglia. Ora vivo in un modesto appartamento in affitto, vicino all’ospedale.

Ora non esco più a bere con gli amici. Le uniche uscite che faccio sono per andare in ospedale a lavorare e, quando proprio non riesco a pensare, per fare una passeggiata.

Vado fino al cimitero. In un prato, sotto al bellissimo pesco, è sepolto il mio migliore amico. Un anno fa perse la vita mentre stava tornando a casa con la metropolitana: stava aspettando che la carrozza si fermasse, quando un uomo ubriaco è sceso dalla porta che si era appena aperta iniziando a  sparare e urlare. Greg era lì davanti a lui. Venne preso in pieno, un colpo al fegato.

Quando ci penso posso quasi avvertire ciò che ha provato: il dolore lancinante al fianco, il bruciore, lo stordimento, il rumore ovattato, le luci e i volti che si fanno sfocati. Avrà sentito delle sirene, poi il tocco deciso di un paramedico che cerca di bloccargli l’emorragia. Il cuore batte sempre più debolmente, i sensi iniziano ad offuscarsi. Tutti si fa indistinto. Poi, improvvisamente si sente il cuore fermarsi, poco dopo il respiro cessa. Ma il cervello continuerà a lavorare ancora per qualche minuto. Quello è il momento peggiore.

Gli uomini non temono la morte, ma quei pochi minuti che la precedono.

Non so cosa abbia provato e non voglio neanche saperlo. Anche se lo sapessi non riuscirei mai a prepararmi abbastanza per affrontare questo momento.

Poi man mano anche pensare diventa difficile. La mancata ossigenazione del cervello porta alla morte i neuroni, le connessioni saltano, i neurotrasmettitori e i segnali elettrici smettono di portare informazioni e si estinguono.

Da quel giorno mi sono buttato a capofitto nel lavoro. Non riuscivo a dormire per il peso che portavo sul petto, per la solitudine che provavo. I neuroni di topo divennero la mia unica compagnia. Talvolta rimanevo con loro per giorni, lavandomi nelle docce di sterilizzazione e nutrendomi dei panini che mi portavano le infermiere quando avevano tempo. Lavorare era l’unico modo per zittire il dolore.

Un anno dopo l’incidente decido di andare da Nicole. Ho con me una busta contenente il ricavato ottenuto dalla vendita del mio appartamento. Lei rifiuta con forza i soldi.

<<Sono per Rose, per la sua istruzione. I sostentamenti sociali e il suo stipendio non sono sufficienti per garantirle un’educazione adeguata. Non posso permettere che la figlia del mio migliore amico rimanga senza istruzione>>

Nicole ha le lacrime agli occhi. Poso la busta sul tavolino dell’ingresso e mi allontano.

Prima di uscire dal vialetto mi volto: la porta è ancora aperta, Nicole sta leggendo la lettera che avevo messo nella busta insieme ai soldi. Rose invece mi sta guardando. Poi mi sorride. Vedo le sue gengive sdentate, un rivoletto di bava gli cola da una angolo della bocca.

Sono sicuro che quel sorriso sia solo un riflesso involontario, non deciso dal suo piccolo cervello e di sicuro fuori contesto, considerando che sua madre la piangendo come una fontana proprio mentre la sta tenendo in braccio. Ma decido di ignorare questo pensiero. Sembra che quel sorriso sia rivolto me, per ringraziarmi, forse. Ricambio il sorriso, il primo dopo un anno.

Mentre torno in ospedale, decido che forse dovrei passare a trovare quel mostriciattolo bavoso un po’ più spesso. Di sicuro Nicole avrà bisogno di un aiuto ogni tanto. Magari potrei insegnare alla bimba i concetti base della neurobiologia. Potrei addirittura portarla in ospedale per farle vedere i neuroni di topo. Sono sicuro che li adorerà.

 

Costantino Barbara

Classe 2^A