Dal diario di un professore di Biologia

 

19/01/20**

Caro diario,

ti chiedo le mie più sentite scuse se ho mancato di aggiornarti per quasi due anni, dopo aver passato mesi e mesi ad annotare su di te i pochi fatti speciali della mia vita ben poco eccezionale anche due volte al giorno, prendendoti come unico, confidenziale destinatario delle mie riflessioni. Tu sei fatto di carta e inchiostro, perciò non puoi elaborare stati d’animo come la solitudine, né puoi capire cosa significhi non avere amici in carne ed ossa. Questo è il mio problema: ho voluto porre come unico obiettivo dei miei primi venticinque  anni di vita lo studio e la ricerca immediata di un lavoro stabile, togliendomi dalla strada ogni possibile ostacolo, come i passatempi inutili o le serate nei locali, e rifuggendo legami d’amicizia troppo stretti all’università, nel timore che le emozioni contagiassero il rendimento scolastico. Ma quando poi ho trovato il mio comodo e meritato lavoro di professore liceale di scienze, ho scoperto quale fosse il rovescio della medaglia: non avevo più relazioni con i miei coetanei, ero rimasto escluso dalla vita sociale e non avrei saputo come fare a rientrarci. Ero senza amici, e questo pesava sul mio carattere: quando vedevo i miei allievi, così allegri a conversare tra loro del più e del meno, il mio primo istinto era di comandare il silenzio, spinto dall’invidia più profonda. Mi sentivo condannato a essere solo.

Poi, due anni fa, ho ricevuto una telefonata. Era Giulio.

Quarta liceo. Un giorno qualsiasi. Mi preparo all’inizio di una ordinaria giornata di lezioni, quando in aula entra un ragazzo mai visto. Subito colpisce perché ha un fisico anormale: alto più di chiunque nella classe, persino del professore, è anche piuttosto magro, segno che probabilmente pratica parecchio sport. E infatti Giulio, quando si presenta a noi, ci dice di essere un atleta, un corridore abbastanza ben visto nell’ambiente agonistico, venuto qui a Torino per potersi allenare appena uscito da scuola, nella vicina pista di atletica della sua società. Ci dice anche che con gli studi è un po’ in difficoltà, e perciò il professore sceglie di affiancarlo a me, miglior studente ma peggiore amico della classe. Forse mi ha visto turbato, perché la prima cosa che mi dice allora, con un tono tra il gentile e l’impaurito, è: “Scusa, ma ho davvero bisogno di ripetizioni.”

Stranamente, diventammo amici quasi subito. In due, avevamo le caratteristiche di un ragazzo modello: lui era sportivo, io studioso; lui era scheletrico, io rotondetto; entrambi eravamo caratterialmente “bravi ragazzi” sebbene non legassimo molto col resto della classe, io per quanto sopra e lui perché dedicava quasi tutto il suo tempo libero ad allenarsi, in vista di non so quali gare. Era testardo, Giulio: intendeva le cose a modo suo, e quando scopriva cose nuove alle lezioni del liceo sapeva rielaborare con una certa qual fantasia ciò che leggeva o ascoltava dagli insegnanti. Per esempio, nello studio sulla relatività ristretta lesse di come, muovendosi con una certa velocità, un corpo subisse una dilatazione del suo tempo, e ricavò che lui, corridore, avrebbe vissuto più a lungo. “La ricerca scientifica ha esiti che vanno in verso contrario”, gli dissi, “se fai troppo sport l’organismo invecchia precocemente, ad esempio ti consumi le cartilagini”; ma lui ribattè dicendo che se andava veloce allora per lui si dilatava il tempo, e poiché lo aveva detto Einstein stesso, allora era innegabile. E certo, avrei potuto rammentargli che ciò era significativo solo per velocità prossime a quelle della luce, ma in fondo era contento, e aveva comunque afferrato il concetto fisico, quindi non stetti più di tanto a bacchettarlo. Non sapevo ancora quanti e quali guai avrei potuto procurare con questa mia “tolleranza”.

Un giorno, a lezione di biologia, l’insegnante ci introdusse allo studio del meccanismo energetico del corpo umano: sai, diario, si trattava del metabolismo, dei processi che portano alla formazione di una molecola importantissima, l’ ATP (o più prolissamente adenosina trifosfato), che funge da riserva energetica del nostro corpo. Io ovviamente ero interessato, ma Giulio era addirittura affascinato! Si toccarono argomenti per lui di primo piano, come gli sforzi fisici e la formazione di acido lattico, e perciò lui seguì ogni parola della spiegazione per scoprire ogni cosa su come funzionasse il suo corpo in una situazione per lui abituale, quella dell’allenamento. Aveva già imparato, “a sue spese”, che con sforzi fisici intensi e in carenza di ossigeno si aveva la formazione di acido lattico, prodotto della fermentazione dell’acido piruvico che è prodotto dalla scissione del glucosio, e che ciò accadeva sempre per produrre ATP; ma quel giorno, leggendo una riga del libro di testo, scoprì una novità, che l’acido lattico non rimaneva tutto nei muscoli a provocargli affaticamento, ma era anche “reimpiegato” in seguito per la formazione di altro glucosio, che poteva ripetere il ciclo. La sua mente concepì nuovamente un’idea abbastanza fantasiosa e paradossale: allenandosi molto, e quindi generando acido lattico, secondo lui si sarebbe potuto ricavare materiale per generare altro ATP, in una sorta di ciclo autoalimentato… ciò che contava era avere la determinazione per continuare lo sforzo ad oltranza.

Ovviamente, era un’assurdità: non si può creare energia dal nulla, contro ogni legge fisica. Ma di nuovo, era così eccitato all’idea di avere azzeccato qualcosa di così importante per la sua passione sportiva,così convinto nella sua idea, che non lo corressi sul momento, e nemmeno ne ebbi occasione nei ripassi successivi.

Dopodichè, caro diario, non ricordo molte cose: diventammo maggiorenni, superammo gli esami di Stato, e mentre a me consigliarono ovviamente gli studi universitari in ambiti scientifici, a Giulio suggerirono qualcosa come la facoltà di Architettura, per una sua qualche predisposizione nella progettazione e nel disegno tecnico. Ma le sue idee erano radicalmente diverse: era così forte nella corsa da essere ricercato nientemeno che dall’Esercito, che gli aveva proposto di entrare in accademia militare per allenarsi e far fiorire il suo talento, forse per rappresentare l’Italia in manifestazioni internazionali. E così, per la diversità delle nostre scelte, ci separammo non senza rammarico, ripromettendoci di mantenere i contatti e “farsi sentire” ogni tanto.

Quella telefonata,però, non me la sarei aspettata.

Dopo una decina d’anni, una sera, mentre correggevo a casa le verifiche dei miei allievi, mi squillò il cellulare. Guardai chi mi chiamava, e stupito dal fatto che qualcuno si ricordasse ancora di me, risposi emozionato: era proprio lui!

In preda alla gioia, accantonai il fascicolo di compiti e misi il vivavoce, e in svariati minuti di discorso telefonico riassumemmo le nostre vite dal liceo a quel giorno; ma mentre io avevo esaurito i fatti eccezionali dopo appena due minuti, lui mi raccontò delle vere e proprie imprese. All’accademia, infatti, era riuscito ad andare avanti solo con parecchia forza di volontà, sfidando allenamenti durissimi; ma adesso era un’eccellenza nel suo campo, aveva già preso parte a varie gare di prestigio nazionale e oltre, e per lui si prospettava una grande sfida: battere il record europeo sulla maratona.

Qui, caro diario, inizia la mia colpa. Sebbene risentire Giulio mi avesse fatto subito piacere, una parte di me era consapevole che quella era quasi sicuramente una chiamata “d’occasione”, e inoltre sapere che lui era così in alto, mentre io ero nell’anonimato, mi portò sentimenti misti di irritazione ed invidia, tanto che gli chiesi: “Comunque, taglia corto: perché mi chiami?”

E lui, tranquillamente, rispose: “Per ringraziarti.” Per il supporto che gli avevo dato nello studio, in quel magico periodo dove aveva scoperto una delle sue basi fondamentali, cioè che dallo sforzo costante ci si ricava da sé l’energia per andare avanti.

Dentro di me si accese un proposito maligno, e per sentirmi forse superiore risposi: “Ti sbagli.”

“Come?”

“Sì. In realtà, anche se subito non ti ho corretto, il fegato può riconvertire in glucosio una parte piuttosto esigua di acido lattico. Quello che avevi teorizzato tu in realtà è sostanzialmente impossibile.”

Poche parole, caro diario. Ma avevo combinato un guaio. Giulio, con un tono di voce fioco, si affrettò a chiudere la telefonata spiegando che quel fine settimana, alla maratona di Venezia, avrebbe tentato di battere quel record. Gli dissi che certamente lo avrei seguito in tv, e ci salutammo.

Secondo una favoletta della filosofia orientale, un giorno un millepiedi e un rospo si incontrarono. Il millepiedi si muoveva con la sua complessa sequenza di movimenti coordinati, frutto dell’esperienza di una vita, e il rospo, scherzando, gli chiese: “Ma come fai a muovere nel giusto ordine tutte le tue gambe?”. Il millepiedi tentò di rispondere, ma ci pensò a lungo, e quando fece per andarsene, si accorse di non sapere come realmente facesse a camminare, e rimase paralizzato.

Alle 9 di mattina di quel giorno, sintonizzato sul canale sportivo, vedo la linea di partenza: atleti di ogni nazione, di ogni etnia, dal volto sicuro, allenati e pronti a dare il meglio. Tra loro, visibilissimo in quanto “padrone di casa”, appare Giulio, cambiato di pochissimo dall’ultima volta che lo avevo visto. Ma qualcosa non va. È decisamente troppo pallido. La pistola spara. Tutti i corridori si gettano verso i quarantadue chilometri di gara, ma lui parte male. Inciampa dopo qualche metro. Non sembra avere il controllo del suo corpo. Si rialza e continua comunque a correre, ma dopo venti chilometri, a meno della metà, dopo un’ora che lo seguivo, si ritira, con un evidente fiatone, inconcepibile per uno come lui.

Ho spento il televisore e ho pianto, caro diario. Avevo distrutto un sogno, che avevo comunque minato io stesso non correggendolo allora, al liceo, e da superiore che m’ero sentito, ora mi pareva d’essere il più meschino degli uomini.

Una settimana dopo, entravo nella mia aula. Ero arrivato presto, e gli alunni tardavano. Ma ecco che dalla porta entra un uomo adulto, altissimo e secco come un chiodo, che mi guarda sorridendo e si siede ad un banco. Vergognandomi, gli chiedo solo :

“Perché sei qua?”

E lui: “Scusa, ma ho davvero bisogno di ripetizioni…”

L’ho abbracciato con le lacrime agli occhi. Mi disse, sempre con un sorriso che sembrava impossibile piegare, che l’Esercito lo aveva mandato “in vacanza”, e ora lui non sapeva cosa fare, solo che voleva tornare a correre. Ma prima, appunto, voleva ripetizioni. Voleva sapere con precisione come funzionava il corpo umano, come si sintetizza l’ATP, e poi la dieta ideale, come ripartire al meglio gli allenamenti … insomma, si metteva quasi nelle mie mani.

E io non mi sono tirato indietro. Frequentava quasi ogni giorno le mie lezioni, senza alcun imbarazzo, e usciti da scuola ci fiondavamo in una vicina pista di atletica, dove studiavamo i suoi allenamenti in base alle mie conoscenze e alla sua esperienza, e alle volte anche io provavo a stargli dietro; e se i primi giorni addirittura ci riuscivo, ed entrambi terminavamo però col fiatone dopo poche centinaia di metri, col tempo lui divenne inarrestabile, resistente e veloce come una locomotiva.

Ecco, caro diario, perché per due anni non ti ho più aperto. Ti ho “tradito” con l’agenda degli allenamenti di Giulio, ora che sono il suo personal trainer quasi ufficiale. Adesso ti lascio, ma sappi che mi sei stato utile, oggi: non solo perché ero temporaneamente solo in casa, ma anche perché mi serviva un passatempo per stare sveglio fino alle quattro di mattina: adesso, a Dubai, sono le sei, e fa caldo; le gare partono presto. E alla tv, in questo momento, il mio collega è alla partenza, con uno sguardo che promette spettacolo. Ti lascio qui, diario, devo fare il tifo per un possibile nuovo primato del mondo; ma ti assicuro che comunque, record o no, sicuramente questa maratona la vince lui.

O meglio, la vinciamo noi.

Diego Costa Torro  5° B