L’AURORA PERDUTA

 

Le luci della città illuminano il cielo plumbeo dove le stelle e la luna lasciano il posto alle nuvole. Le raffiche di vento piegano e sferzano gli alberi e le siepi lungo il viale che porta al padiglione est. Le foglie rinsecchite si alzano a mulinello e le prime gocce d’acqua presagiscono l’arrivo della tempesta.

Tutto il personale era stato allertato dell’arrivo dell’uragano già dalla mattina e tutte le precauzioni erano state prese per proteggere e gestire gli animali ospiti dello zoo.

Il fragore della pioggia, il sibilare del vento e il suono delle sirene in lontananza non mi impediscono tuttavia di sentire un pauroso rugliare proveniente dal settore “polare”.

Mi dirigo immediatamente a controllare la situazione e quello che vedo mi sorprende e incanta allo stesso tempo. Sulla roccia posta più in alto, di fronte alla vasca ghiacciata, vedo Knut rugliare in direzione del cielo rischiarato dai lampi. Il suo manto bianco ondeggia al suono del vento e sembra essere fluorescente, in contrasto con il buio incombente. I suoi occhi grandi e neri brillano come diamanti e tutto il suo essere sprigiona una maestosità regale, come se si trovasse sul più grande degli iceberg al Polo Nord.

Perché Knut non sta dormendo? I veterinari avevano assicurato la sedazione di molti esemplari… Piegato in due dalle raffiche di vento, pioggia e grandine, cerco un riparo per telefonare e prendere contatto con il veterinario di turno ma mio malgrado mi accorgo che il cellulare non ha campo. Mi avvicino nuovamente al vetro che separa la zona polare dal viale dei visitatori e vedo Knut che sta scendendo dalla roccia ghiacciata. Osservandolo bene mi accorgo che ha un’andatura più lenta e ciondolante del normale. Si dirige verso l’igloo, vi entra e si sdraia. Il suo rugliare diventa più sommesso e i suoi occhi sembrano chiedere aiuto.

Devo verificare le sue condizioni, devo entrare! Aggiro il vetro sulla sinistra e punto dritto per accedere allo spazio del personale addetto alla manutenzione del Settore Polare.  Non è facile aprire la porta, il vento è davvero forte. Con grande fatica riesco ad entrare e, con in braccio il fucile, mi avvicino a Knut. I suoi occhi sono più grandi e lucidi del normale, il suo respiro è lento; capisco che è stato sedato.

“Knut cosa stavi facendo? Avresti dovuto dormire già da alcune ore!”

Per tutta risposta Knut strofina il suo naso sulla mia gamba destra. Povero animale, non è spaventato dalle condizioni atmosferiche, piuttosto sembra essere malinconico e triste.

Knut era stata portato allo zoo di Berlino quando aveva appena due anni insieme a sua madre. Dopo alcuni mesi, mamma orsa lo aveva abbandonato e Knut stava crescendo in solitudine e in cattività.

 

La tempesta è ormai arrivata: mi accuccio anch’io nell’igloo e, riscaldato dal respiro caldo e dalla pelliccia di Knut, aspetto che il peggio passi.

Attualmente sono molti gli uragani di tipo 6 che si abbattono sull’Europa portando morte e distruzione. Ondate di calore improvvise e fenomeni sempre più estremi sono diventati la normalità.

I cambiamenti climatici non sono più teorie scientifiche da leggere sui giornali o sulle riveste specializzate. Tali mutamenti sono tragicamente tangibili e il futuro climatico del pianeta rimane un’incognita per il genere umano. Guardando Knut penso al dramma di tutte le specie viventi sulla Terra. I ghiacciai del Polo Nord sono oramai per di più quasi scomparsi e gli esemplari di orso polare sono rimasti solo più poche centinaia ospitati nei diversi zoo.

Quando ci giunse la proposta di ospitare presso lo zoo di Berlino due esemplari di orsi polari, madre e cucciolo, eravamo davvero impreparati e dubbiosi sul da farsi.

Io sono l’ingegnere responsabile della ricostruzione dell’habitat di ciascuna specie animale e credevo che la ricostruzione di un pezzo di Polo Nord qui a Berlino fosse un’opera titanica, se non irrealizzabile,

Per studiare l’habitat del Polo e garantire la sopravvivenza agli orsi polari, mi recai per sei mesi in Canada presso il Wapusk National Park. Quando partii, nell’aprile scorso, mai mi sarei aspettato di trovare uno spettacolo tanto unico come quello del Wapusk National Park, un parco composto da differenti ecosistemi. Vi era infatti la zona marina, composta da paludi d’acqua salata, dune, spiagge e  una vasta zona dipendente dalle maree, vale a dire che emerge con la bassa marea e rimane sommersa con l’alta marea. Vi era poi la zona della tundra, delle dune fossili, dei prati e degli stagni. A seguire si incontrava la zona della taiga, una foresta di abeti bianchi, larici e salici. Erano presenti infine le zone d’acqua dolce che corrispondevano a metà della superficie e che emergevano sotto forma di laghi, paludi e fiumi. La terra perennemente ghiacciata era parte del motivo per cui c’era così tanta acqua nel territorio.

Il parco ospita una numerosa fauna selvatica: tantissimi uccelli acquatici, rapaci e numerosi mammiferi, fra cui il caribù di Churchill, volpi artiche e volpi rosse, lupi, alci e lemming, oltre ovviamente agli orsi polari. Una caratteristica che possiede il parco, ed è il motivo per il quale io mi recai in quel luogo, è già palesata  dal nome: Wapusk significa infatti “orso bianco” in lingua cree. Non a caso il parco protegge una delle più grandi zone di riproduzione dell’orso polare.

Quando tornai in Germania, mi ci vollero altrettanti mesi per progettare e ricostruire, insieme ad un’equipe da me creata appositamente, una casa e un ambiente per Knut e mamma orsa. Dopo sei mesi di duro lavoro, riuscii finalmente a riprodurre in buona parte ciò che avevo visto in Canada.

L’ambiente degli orsi era situato nella zona est dello zoo in prossimità di un grattacielo, in modo tale che l’ombra perennemente creata da quest’ultimo impedisse che i raggi  ultravioletti del sole colpissero direttamente il ghiaccio. Un sistema di raffreddamento posto sotto terra faceva sì che il ghiaccio, creato artificialmente da un sistema di congelamento con azoto liquido, non si sciogliesse. All’interno dell’ambiente, interamente ricoperto di ghiaccio artificiale, era presente una vasca con acqua a temperatura inferiore a 0°C, una piccola montagnola di terra ricoperta da ghiaccio e un igloo con dentro un bocchettone dell’impianto di raffreddamento che serviva a rinfrescare gli orsi durante le giornate afose che sarebbero arrivate l’estate successiva.

Con grande sforzo, impegno di molti professionisti e investimenti economici davvero importanti, riuscii a ricreare in maniera fedele l’habitat polare e l’intero progetto fu portato a termine nei tempi stabiliti. Berlino era pronta ad ospitare i suoi Orsi Bianchi.

È già trascorso un anno dall’apertura del settore polare e il successo di pubblico ci sta ampiamente ripagando di tutti gli sforzi fatti. Tuttavia, in cuor mio non sono pienamente soddisfatto di quanto realizzato, perché non sono riuscito a riprodurre il fenomeno naturale che più mi aveva affascinato in Canada e che a mio parere è una delle caratteristiche principali dell’habitat polare: si tratta dell’aurora boreale.

Dedicai molto tempo alla progettazione di questo fenomeno naturale,  con l’ausilio di sofisticati software e l’utilizzo di laser e luci colorate. Nonostante tutto l’impegno messo in campo, il lavoro svolto fu tuttavia vano dal momento che, mio malgrado, non riuscii in alcun modo a ricreare l’atmosfera magica dell’aurora boreale. Mi fu infatti impossibile riprodurre questo fenomeno fisico naturale provocato dall’urto di particelle elementari, per lo più elettroni, contro gli atomi che si trovano negli strati più esterni dell’atmosfera terrestre. Arrivai alla conclusione che questo fenomeno unico, irripetibile e magico non poteva essere messo in scena scimmiottando un penoso gioco di luci.

E’ormai giunta l’alba e nuovamente lo spettacolo del sole che sorge, dopo la tempesta della sera, mi offre uno spettacolo unico e straordinario. Knut di fianco a me dorme tranquillamente e la pena per quanto è costretto a subire mi attanaglia il cuore. Il suo disperato rugliare nel corso della notte appena trascorsa è chiaramente un richiamo ai suoi simili, la visione dei lampi viola e gialli probabilmente rimembra in lui la visione di un’aurora boreale vista e perduta per sempre. Orfano e sedato in  un igloo costruito per farlo vivere al “fresco”, è diventato un fenomeno da baraccone per far divertire gli uomini in visita allo zoo.

Uomini, vittime anch’essi di numerose catastrofi naturali, che a loro volta stanno perdendo le proprie case e la propria vita. La natura oltraggiata, beffeggiata e usurpata dal genere umano,  rivendica il proprio ruolo di madre da cui tutto è stato generato. La mia coscienza mi porta a credere che anche il mio lavoro volto a ricreare un pezzo di Polo a Berlino sia in realtà effimero e inutile. Le mie nozioni scientifiche e il mio impegno dovrebbero piuttosto essere utilizzati per aiutare gli uomini a cancellare gli effetti di questo disastro ambientale in atto e per consegnare alle generazioni future una terra dove gli orsi bianchi possano ancora osservare le aurore nel loro ambiente naturale, cioè ai Poli.

 

Liborio Loris Amabilino – 2A